Ieri pomeriggio, lunedì 21 settembre, all’indomani dell’inaugurazione di domenica della nuova Comunità “Le querce di Mamre” di Marina di Acate, è stata celebrata la prima santa messa nella cappella, al termine della quale è stato riposto il Santissimo Sacramento nel tabernacolo. La celebrazione è stata presieduta da don Marco Vitale, alla presenza della comunità di Marina di Acate, della Priora provinciale suor Monica Muccio e di alcuni amici della Comunità.
Nella sua omelia, richiamando la prima lettura tratta dalla Lettera di san Paolo, don Marco ha offerto alle suore alcuni spunti di riflessione, a partire proprio dall’invito dell’Apostolo a vivere «con ogni umiltà»: «Quando non si è umili le cose non funzionano – ha detto – e se anche funzionano, sappiamo che sarebbero potute funzionare meglio. Il primo suggerimento che Paolo ci dà è quello dell’umiltà, e poi quello della dolcezza». Una dolcezza che, ha spiegato, coincide con la magnanimità: «Essere grandi nel voler bene, essere abbondanti, sopportandoci a vicenda nell’amore».
Su questo “sopportarsi”, don Marco si è soffermato a lungo, giocando sull’assonanza con “supportarsi”: «Non è facile amare – ha detto – perché c’è una cosa ancora più difficile di amare. Io credo che amare sia la seconda cosa più difficile della vita. La prima è lasciarsi amare: dare aiuto è facile, ricevere aiuto è complicato. Amare è difficile, ma lasciarsi amare è ancora più difficile». Da qui il richiamo di Paolo ad «avere cura di conservare l’unità» – un’unità che, ha ricordato don Marco, è tutt’altro che scontata da custodire.
Guardando alla cappella, inaugurata per la prima volta proprio in quella celebrazione, don Marco ha auspicato che possa custodire un significato importante: «Che questa stanza diventi davvero un luogo sacro – non sacro solo perché lì c’è il Santissimo, ma sacro perché è il luogo dove si può stare alla presenza di Dio». Ricordando la festa del giorno dell’inaugurazione – «che bella festa, in tre minuti si è riempito tutto» – ha osservato come da subito inizi «l’ordinario», fatto insieme di fascino e fatica: proprio per questo, ha detto, la cappella dovrà diventare «il luogo del vostro incontro con Dio».
Un passaggio dell’omelia si è soffermato sul senso della preghiera quotidiana, con parole quasi in forma di esame di coscienza: «Preoccupatevi pure se non pregate come dovreste pregare. Preoccupatevi piuttosto se non avete più il desiderio di chiudervi, a fine giornata, qui dentro – anche solo un minuto – per lasciarvi incontrare da Dio». Don Marco ha insistito su questo capovolgimento di prospettiva: «Se lo cercate, voi non lo trovate, come nessuno di noi lo trova: è molto più semplice lasciarsi trovare da Dio». Da qui l’invito a chiudere ogni giornata con un piccolo gesto: «Chiudersi qua dentro e dire: Signore, se tu vuoi, io sono qua. È fondamentale chiudere il cerchio a fine giornata».
Un altro passaggio centrale dell’omelia ha riguardato la misericordia, indicata come fondamento dell’unità della comunità: «Usare misericordia, con voi stesse innanzitutto. L’unità è basata sulla misericordia: misericordia per sé stessi, misericordia per le persone con cui vivo gomito a gomito, misericordia per chi ho accanto».
Rivolgendo il suo augurio alle suore, don Marco ha espresso il desiderio che la cappella sia per loro «un luogo di pace», suggerendo anche un piccolo esercizio spirituale: vivere il varcare la soglia della cappella come un tempo dedicato solo a lasciarsi trovare da Dio – un atteggiamento, più che un luogo, capace di rendere sacro ogni spazio. Un richiamo, questo, allo stesso episodio biblico da cui la Comunità prende il nome: alle querce di Mamre, Abramo non sapeva che quel giorno sarebbe stato “trovato” dagli angeli.
Da qui l’augurio finale, rivolto alle suore e a quanti lavorano al loro fianco: «Gustate la possibilità di lasciarvi trovare»: se non vi lasciate trovare, come potrete testimoniare quell’amore, quella pace, quella prossimità che voi stesse non avete trovato?». Un patto d’amore con il Signore, ha concluso don Marco, che si può rinnovare ovunque – «che sia qui, o nel letto poco cambia» – perché, come ricorda il Vangelo, «dove due o tre sono riuniti nel suo nome» il Signore è presente. Un augurio, infine, perché questa nuova comunità possa essere segno credibile e significativo: un segno che, per essere davvero tale, non può mai perdere di vista il significato che lo abita.























