Riportiamo, con gioia e gratitudine al Signore, due testimonianze sull’esperienza del Karmel che si è tenuto dal 27 febbraio al 1° marzo 2026 a Sogliano sul Rubicone.
La testimonianza di Francesco Maria Facecchia prenovizio della Provincia Napoletana O. Carm.:
Credere, sperare, amare… dedicarsi del tempo con Dio, con gli altri, con sé stessi. Questi i verbi chiave del weekend vocazionale dei giovani carmelitani che, muovendosi da diverse parti d’Italia, si sono ritrovati nel Monastero di Sogliano al Rubicone dal 27 febbraio al 1° marzo.
A farsi compagni di cammino in questi giorni intensi sono stati i discepoli di Emmaus: affianco a Cleopa, ognuno di noi ha visto sé stesso incamminato sulla via che da Gerusalemme porta ad Emmaus con il carico delle proprie delusioni e turbamenti, nelle quali non facciamo entrare Dio e che ci fanno molte volte allontanare da lui. Eppure, un viandante misterioso si è messo al nostro fianco per ascoltare senza (pre)giudizi il nostro sconforto, facendo con noi proprio quella strada che stavamo percorrendo per allontanarci dal luogo della disperazione, e per aprirci il cuore con le sue parole forti e profonde, che ci hanno fatto guardare alla realtà con occhi diversi. Ad un certo punto, nel cuore della notte è entrato nella nostra casa per rimanerci e ha fatto un gesto: ha spezzato per noi il pane. Allora l’abbiamo riconosciuto: era proprio il Risorto che ci aveva parlato e adesso era lì, dinanzi a noi, realmente presente nell’Eucaristia.
Così questi giorni sono stati per noi un guardare in faccia alla realtà delle nostre delusioni e disperazioni ma con gli occhi di Dio. Il bello è che non l’abbiamo fatto da soli: la fraternità è stata la chiave di volta per rendersi conto che ci sono altri con noi in questo cammino. Ci siamo sentiti accompagnati prima di tutto dalla preghiera delle sorelle carmelitane che ci hanno accolto nella loro foresteria, modificando anche la loro giornata per vivere con noi i momenti più significativi della Celebrazione Eucaristica, della Liturgia delle Ore e dell’Adorazione Eucaristica notturna, come anche delle testimonianze vocazionali che hanno visto condividere la loro storia suor Eleonora, fra Christian e Salvatore e Vanessa. Fra loro, suor Simona che si è dedicata interamente perché potessimo sentirci a casa. Un aiuto fondamentale per condividere le nostre esperienze e aprirci all’azione della Grazia di Dio ci è stato dato da Padre Francesco, Padre Alfredo, Suor Maria Grazia e Chiara: attraverso di loro, il Divino Viandante ci ha parlato ancora una volta, facendo ardere sempre di più il nostro cuore. Infine, le belle amicizie che in questi giorni si sono istaurate o rafforzate sono ciò che di più bello potesse accadere: ora sappiamo che in altre parti d’Italia ci sono dei giovani che come noi credono, sperano e amano.
Con il cuore pieno di gioia, quindi, torniamo a Gerusalemme… ossia alle nostre vite quotidiane, lì dove ogni giorno cerchiamo di vivere «in ossequio di Gesù Cristo, con cuore puro e retta coscienza». Ora sta a noi annunciare a chi incontreremo che «davvero il Signore è risorto ed è apparso…» a ciascuno di noi nella Parola ascoltata, nel Pane spezzato, nella fraternità ritrovata.
La testimonianza di M. Teresa:
Nel cuore della Romagna, nel monastero di Santa Maria della Vita, ci siamo messi in cammino.
Come sempre con l’obbiettivo di metterci in ricerca, il Karmel, tenutosi dal 27 febbraio al 1 marzo 2026, ha chiamato giovani da tutta Italia per un fine settimana di preghiera e comunione.
Ragazzi e ragazze in ricerca della propria vocazione, tra cui molti in discernimento per la vita religiosa, volenterosi di rispondere alla chiamata di Dio e di scrutare il Suo piano per noi, abbiamo rubato alle nostre frenetiche vite due giorni di silenzio per cercarLo.
Abbiamo seguito i discepoli di Emmaus e, insieme a loro, abbiamo iniziato a camminare: abbiamo osservato lo straniero che ci ha affiancato e parlato e, lentamente, abbiamo provato ad aprire i nostri occhi.
Seguendo Cleopa abbiamo ripercorso tutte le volte che scoraggiati ci siamo allontanati da Gerusalemme solo per essere ancora, continuamente, richiamati da Dio e riportati indietro.
Tanto gioiose le risate che hanno inondato il refettorio, quanto sentite le lacrime che sono sgorgate quando ai piedi del Santissimo abbiamo chiesto una parola di speranza e di guida.
Per alcuni è stata un’esperienza completamente nuova, per altri la millesima volta, provare a guardare noi stessi con lo sguardo di Dio è però ogni volta un’esperienza sempre diversa, sempre totalmente, inesorabilmente sconvolgente.
Il confine tra disprezzo di sé, compassione e indulgenza è spesso, purtroppo, sfumato: imparare a guardare le nostre ferite, i nostri errori, la parte più volgarmente brutta di noi stessi senza astio, senza odio, senza vergogna di mostrarla a Dio, ma anche senza la ricerca di giustificazioni che possano proteggerci ed attutire la brutale realtà dei fatti è difficile, sovraumano, ed in quanto esseri umani, l’unico modo per cui noi possiamo riuscirvi è lasciare un momento da parte i nostri occhi ed usare quelli del Signore.
È questo sguardo nuovo che ci serve a vivere, finalmente, la presenza di Dio al nostro fianco, come i discepoli di Emmaus che aprirono prima gli occhi e videro Gesù avvicinarsi e aprirono poi il cuore riconoscendolo, anche noi siamo costantemente chiamati a rinnovare il nostro sguardo, a lasciar andare le nostre delusioni, paure, sconfitte e tornare verso Dio, ad abbandonare i nostri progetti fallimentari e le idee che ci siamo fatti del futuro e tornare indietro… all’origine, alla verità.
Una verità dura e difficile, perché spezza ogni nostro preconcetto, perché ci spoglia di ogni singolo strato protettivo che ci siamo messi addosso scrutandoci fin sotto la pelle per poter tirare fuori quello che siamo destinati ad essere dall’eternità.
Questa è la ricerca della vocazione.
Una ricerca fatta in solitudine, ma non soli, perché Dio è con noi nei sacramenti, nelle scritture, nel compagno che ci è a fianco, in quella parola detta per scherzo o in quel gemito soffocato udito per caso.
Una ricerca dolorosa, quasi brutale, ma sempre fruttuosa.
Perché in fin dei conti per nascere i germogli hanno bisogno di spaccare la corteccia: la primavera non è altro che una fioritura di ferite.
Maria Teresa









